Portici si trova a pochissimi chilometri a sud di Napoli. Non è una località molto nota, ed è di dimensioni ridotte. La delimitano poche strade che incrociandosi vanno a formare un quadrilatero di circa quattro chilometri quadrati, all'interno del quale vivono circa sessantamila anime. Il tasso di densità di popolazione è uno dei più alti del mondo, specialmente se si tiene conto che quasi un terzo del territorio comunale è occupato dal palazzo reale Borbonico e dai suoi boschi. In tale moltitudine, la concentrazione di studiosi e scienziati è altissima: qui ci sono infatti il distretto per l'ingegneria dei materiali polimerici e compositi, l'istituto di Bioscienze e Biorisorse del CNR, l'istituto per lo Studio dei Materiali Compositi e Biomedici, il centro per la Ricerca sui Sistemi Complessi con il supercalcolatore Cresco, l'istituto di Ricerca sulla Genetica Vegetale e quello per la Genetica Animale. Ci sono poi anche l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale per il mezzogiorno, il Centro Ricerche del MIUR per lo studio e la cura delle tartarughe marine e diversi altri enti di ricerca della facoltà di Agraria dell'Università Federico II, che ha ancora la sua sede all'interno della reggia borbonica.
Fino all'arrivo di Garibaldi e dei bersaglieri, in città c'era anche l'unica fabbrica metalmeccanica d'Italia di una certa importanza. A Pietrarsa, presso le officine del Reale Opificio Meccanico Pirotecnico e per le Locomotive, un migliaio di operai lavoravano alla costruzione di macchine a vapore e carrozze per la ferrovia. Tuttavia, dopo la rivolta sindacale dell'agosto 1863, stroncata nel sangue dalle baionette dei bersaglieri, molte maestranze specializzate vennero trasferite al nord e la produzione industriale spostata in Lombardia e in Piemonte. Oggi, sugli scogli di Pietrarsa sono rimasti solo gli sconfinati capannoni adibiti a uno splendido Museo Ferroviario e i ricordi della perduta grandezza.
Palazzo Capuano
Il palazzo più antico di Portici non esiste più.
La storia di palazzo Capuano comincia intorno all'anno mille, quando venne fatto erigere dalla famiglia Galeota, da cui passò ai principi Stigliano Colonna. Originariamente l'imponente palazzo si estendeva con una facciata lunghissima e imponente, fino ad una masseria che costituiva il confine del borgo. Nel periodo del suo maggiore splendore il palazzo era famoso sia per gli splendidi soffitti affrescati da Belisario Corenzio, sia per la torre situata nel mezzo della facciata. Un altro pregio non meno importante era la presenza di abbondante acqua perenne: attraverso canali sotterranei proveniva attinta dal fiume Dragone che scorreva nelle vicinanze, e si distribuiva anche nelle camere e nelle cucine, giungendo fino a varie fontane nei cortili e nei giardini.
A palazzo Capuano abitarono personaggi del calibro del principe albanese Castriota Scanderberg, la Regina Giovanna I e la tristemente famosa Regina di Napoli Giovanna II D'Angiò-Durazzo, sulla quale circolano ancora bieche leggende: tanto per intenderci, si tratta della regina Giovanna detta la Pazza, che costituì la Castellanìa di Torre del Greco, Ercolano, Portici e San Giorgio a Cremano. Nello stesso palazzo nacque e morì Donna Anna Carafa, viceregina di Napoli e duchessa di Medina.
Bene, nel 1948 il sindaco dell'epoca, dopo aver cominciato a tracciare Via Libertà cominciando dalla montagna, arrivato alle spalle del palazzo, che allora veniva detto "La Comune Vecchia" semplicemente decise di "tagliarlo", distruggendo giardini, fontane, scalone, timpani e affreschi di Corenzio e lasciando solo la torre centrale, abbandonata e vilipesa, nel cui giardino è incastrato in un muro un mascherone di fontana, traccia dei vecchi giochi d'acqua.
Il fiume Dragone è scomparso dalla città, forse per la vergogna.
Il Real Sito Borbonico
Gran parte della superficie complessiva del comune di Portici è occupata dal Real Sito borbonico del 1740 che comprende oltre alla reggia, il porto del Granatello, alcune dipendenze nobiliari e due grandi boschi. Il palazzo, costruito come residenza estiva di caccia, ha una storia molto singolare: a differenza di tutte le altre residenze di sovrani del mondo, che sono sempre e ovunque protette da imponenti muri e cancelli di ferro, questa reggia sorge esattamente e senza barriere di alcun tipo, in mezzo alla strada che univa la capitale con le regioni meridionali del regno: la Regia Strada delle Calabrie.
Le Forche Caudine e l'Aquila di Portici
Tito Livio era veneto, e descrisse più o meno in questo modo la faccenda delle Forche Caudine: nel 321 avanti Cristo, Gavius Ponzio, il generale che guidava i guerrieri sanniti nella battaglia delle Forche Caudine, chiamò suo padre, il saggio Erennio Ponzio per decidere la sorte dei legionari romani sconfitti. Erennio consigliò la clemenza: i militari romani vennero solo umiliati facendoli passare sotto le forche, ma poi furono lasciati liberi. Qualche secolo più tardi, la famiglia dei Pontii, completamente riassorbita nella civiltà romana, oltre che possedere una grande villa nella capitale, ne aveva una sul mare a sud di Napoli, confinante con quella dei Pisoni, la famiglia del suocero di Giulio Cesare. Come il senatore Ponzio ben sapeva, Cesare veniva spesso a Ercolano a consultare la più grande collezione privata di papiri mai vista nell'impero. Lui poteva vederlo mentre mostrava con ampi gesti ai suoi ospiti la piscina che suo suocero aveva fatto costruire sulle terre di Lucius. E come veniva rifornito quell'enorme bacino contornato da colonne e porticati e rivestito dei marmi più preziosi? Ma naturalmente con l'acqua del fiume Dragone, quel prezioso rivolo che sgorgava dalle falde della grande montagna e come per miracolo portava con sé il calore delle fucine del dio Vulcano. Il Dragone fino a poche settimane prima arrivava fin dentro quella villa che i nonni di Lucius avevano costruito anni addietro, cosicché le sue terme private erano le più ambite di tutta la nobiltà romana. Ora invece il suo vicino aveva fatto deviare il corso del fiume e quando lui, proprietario da sempre delle acque di fiume termale, era andato dal vecchio Pisone per tentare di far valere i suoi buoni diritti, quel verme che non voleva nominare neanche nei suoi pensieri, senza nemmeno riceverlo per rispetto di vicinato, lo aveva fatto buttare fuori dai centurioni della sua guardia personale. Ma lui, Lucius Pontius Aquila, discendente dei mitici troiani di Enea, quell'offesa e quel furto glieli avrebbe fatti pagare.
Lucio Ponzio Aquila fu uno dei senatori che pugnalarono Cesare in senato alle idi del marzo del 44 avanti Cristo, ed era il prozio di Ponzio Pilato.
Quando molti secoli dopo, Carlo di Borbone ordinò la costruzione di una residenza sulla collinetta detta del Salvatore in quello stesso punto, durante gli scavi per le fondamenta della reggia, tra gli altri reperti venne alla luce un capitello portante le iniziali del senatore Ponzio Aquila, con l'immagine del rapace ad ali spiegate, che sarebbe poi diventato il simbolo del comune vesuviano.
Durante i lavori per costruire il Real Sito, Carlo di Borbone ritrovò un capitello con l'aquila e quel simbolo venne poi adottato come stemma dal municipio di Portici.
La Fondazione della Reggia
Si narra che Sua Maestà don Carlo, figlio di Filippo V re di Spagna e di Elisabetta Farnese, scelse il sito di Portici durante un fortunale: sembra che sia rimasto talmente affascinato dalla caletta in cui aveva dovuto riparare con il suo vascello a causa di una tempesta mentre veleggiava nel golfo insieme alla sua signora, Maria Amalia di Sassonia, che decise di farsi costruire un casino di caccia sulle pendici del vulcano e di godere della fresca brezza marina. Molto più probabilmente, è più credibile che l'illuminato sovrano abbia tirato fuori il suo libretto degli assegni, e abbia convinto a traslocare i proprietari dei terreni sul mare posti su di un'altura in posizione strategica sul golfo.
Marino Caracciolo principe di Santobono, Tommaso d'Aquino principe di Caramanico e Giovanni Mascabruno marchese di San Raffaele, accettarono allora di buona grazia e a denti stretti, giusto per non far innervosire il re ed anche per evitare l'esproprio forzoso delle loro splendide dimore. Il servizio informazioni del sovrano aveva infatti scoperto che tutta la villa del Caramanico era costruita secondo l'arcana simbologia dei Rosacroce, l'antica setta antesignana della Massoneria, fondata dai discepoli di San Marco nel 46 d.C.
Probabilmente, gli agenti al servizio del Borbone, avevano anche riferito al loro capo che Caracciolo, Caramanico, Mascabruno e Sansevero, insieme ad altri nobili locali, avevano in uggia ed antipatia il nuovo sovrano, temendone il carattere duro e le idee per quel tempo fin troppo progressiste. Probabilmente il fatto di voler costruire una reggia proprio a Portici e proprio sul posto dove esisteva la sede della società segreta più potente dell'epoca, fu presa dallo scaltro sovrano per far capire a chi doveva capire, che la sua politica non ammetteva intralci, ostruzioni o fraintendimenti da parte di chicchessia, e quindi l'approdo al Granatello non fu poi così fortuito come si poteva pensare.
L'Architettura Unica della Reggia

La sede del Dipartimento di Agraria dell'Università Federico Secondo, è ancora splendida nella sua architettura particolarissima, voluta proprio dal re Borbone per sottolineare la vicinanza della famiglia reale al suo popolo: è infatti l'unica dimora reale al mondo costruita a cavallo di una pubblica strada e i viandanti e le carrozze che transitavano, come ancora oggi, sulla Regia Via delle Calabrie, passano proprio all'interno di palazzo reale.
La trafficata arteria, nel suo percorso verso il Bruzio, viene ad essere inglobata nel cortile centrale della reggia, che la avvolge con due cavalcavia, i quali a loro volta raccordano il lato affacciato verso il mare con quello prospiciente la montagna. Al di sotto di uno dei corridoi che passano in alto sulla pubblica strada, c'è un vero gioiello scampato all'abbandono cui era stata destinata la meravigliosa costruzione dopo la conquista da parte dei Savoia: la cappella reale, che in origine avrebbe dovuto essere un piccolo teatro di corte ed infatti ne ha la forma. Fu re Carlo ad accorgersi che nel progetto non era contemplata la chiesa, la quale prese per augusta decisione il posto del teatro di corte. Il primo musicista a inaugurare l'organo monumentale della chiesa fu un giovanissimo Wolfgang Amedeo Mozart, durante il suo soggiorno a Portici ospite dei Borbone, nell'estate del 1770. Il giovane Mozart fu certamente uno dei più appassionati frequentatori del serraglio della reggia di Portici, costruito nei giardini del bosco superiore, dove per il piacere del re e dei suoi nobili amici, si tenevano in cattività leoni, tigri, pantere, gazzelle, canguri, e addirittura un elefante africano.
I Giardini e i Boschi
Protetto dall'ombra dei lecci, il giardino delle felci è uno degli angoli più suggestivi dell'Orto Botanico. Poco discosto vi è un palmeto che ospita venticinque diverse specie ed esemplari rarissimi di palme. Al verde strutturato ed antropico del giardino storico, si contrappone l'aspetto volutamente selvaggio del bosco circostante. Il bosco presenta un assetto naturale in pieno contrasto con la invasiva urbanizzazione dell'ambiente circostante, e rappresenta un museo vivente delle formazioni vegetali mediterranee spontanee. I giardini e tutte le costruzioni della reggia vengono alimentate da enormi vasche sotterranee che raccolgono le acque provenienti da falde acquifere vesuviane.
Palazzo Mascabruno e le Scuderie Reali
Il palazzo Mascabruno è costituito da un cortile interno limitato dai corpi di fabbrica e circondato da un caratteristico boschetto di elci, poi sostituito dalla prateria, mentre il palazzo venne ristrutturato per essere utilizzato come scuderia reale. I cortili, su cui si aprono le ampie arcate delle scale portanti ai piani superiori, venivano utilizzati per i cavalli ed erano lastricati con pietre vesuviane. Qui veniva allevato il cavallo Napolitano, una razza equina autoctona, forte e affidabile in battaglia, vanto della cavalleria borbonica e famoso in tutt'Europa.
Il Cavallino Rampante
La storia del cavallino rampante risale alla conquista della città di Napoli, nel 1253, da parte di Corrado IV di Hohenstaufen, figlio di Federico II. I napoletani si opposero strenuamente trincerandosi dentro le mura e lo Svevo dovette aprirsi un varco sotterraneo. Entrò, vinse e volle dimostrare di aver domato il popolo di Napoli facendo mettere un morso in bocca alla statua del Corsiero del Sole, venerato in nome del culto di Virgilio, che di Napoli era considerato protettore. Il cavallino rimase però il simbolo della città, raffigurato in versione rampante, assai sfrenata e indomita. Tale tradizione equestre fu alimentata in epoca borbonica, partendo dalla volontà del re di ottenere dei cavalli ancor più agili e resistenti, facendo avviare presso la tenuta di Persano un incrocio tra giumente di razza Napolitana e veloci stalloni turchi, dando origine, alla razza Reale di Persano, che incrociata a stalloni spagnoli divenne razza dei Cavalli di Stato.
Nel 1929 veniva fondata la Scuderia Ferrari, per la gestione sportiva delle Alfa Romeo da corsa. Tre anni più tardi quei bolidi mostrarono in gara uno scudetto con il cavallo rampante su fondo giallo, identico all'emblema della città di Napoli: il pilota Enzo Ferrari aveva ricevuto quello stemma in dono dalla contessa Paolina Biancoli, madre del capitano Francesco Baracca, cavaliere e fuoriclasse dell'aviazione italiana durante la Prima guerra mondiale. Sulla fusoliera del suo aeroplano, il mitico aviatore aveva fatto dipingere un cavallo rampante nero su fondo bianco in onore del suo reggimento di cavalleria, e la madre aveva invitato l'amico Ferrari a mettere quell'effigie sulle sue vetture da corsa. I puledri montati da Francesco Baracca erano di Razza reale di Persano: quella specie, ridotta a pochissimi esemplari dal Ministero della Guerra dei Savoia dopo l'Unità d'Italia in quanto simbolo della dinastia napoletana, venne ripresa solo intorno al 1900 dallo stesso ministero, che si era reso conto del grande errore commesso. Il famoso "cavallino rampante" di Baracca, quello che oggi è il marchio di maggior valore al mondo, è quindi un superbo cavallo "borbonico", che fa ancora bella mostra sugli scudi fissati al frontale della reggia di Portici.
Il Galoppatoio e i Giardini Tropicali

Il giardino del palazzo comprendeva peschiere e piantagioni, organizzate come aiuole dalla struttura geometrica. Comune a quel tempo era la coltura degli ananas, per cui nei giardini, oltre ai cafehouse di cui restano solo ruderi, erano presenti le stufe per gli ananassi, cioè serre per piante tropicali. Annesso alle scuderie vi è il galoppatoio coperto, esteso su un'area di 600 metri quadri e secondo per dimensioni solo a quello del castello di Schönbrun. Il galoppatoio austriaco però venne inaugurato solo tre anni dopo quello di Portici, in occasione della visita a Vienna di Ferdinando IV e Maria Carolina. L'imperatore austriaco in visita da sua sorella, era rimasto così ammirato dalle opere borboniche da far eseguire disegni del galoppatoio di Portici per realizzarlo in Austria.
Villa D'Elboeuf
La villa sul mare dell'ambasciatore dell'impero austriaco del principe di Lorena Maurizio D'Elboeuf, veniva utilizzata come dependance per gli augusti ospiti della corona e per i bagni di mare. Costruita nel 1711 su progetto di Sanfelice, la villa di circa 4.000 metri quadri coperti, sfruttava mirabilmente la splendida condizione naturale mediante grandi scalinate ellittiche all'aperto, con terrazze a differenti livelli. La villa era nota per le statue e gli oggetti antichi che in essa si custodivano e che il principe aveva ritrovato nel corso di quegli scavi che, proseguiti poi sistematicamente da Carlo e dall'Accademia Ercolanese, dovevano riportare alla luce l'antica Ercolano. Con questi acquisti il re si assicurò una vasta zona di terreno che fu recintata verso il Vesuvio e popolata di selvaggina per soddisfare la sua passione per la caccia, mentre sul mare organizzò grandi vivai per la pesca. Qui Carolina Bonaparte moglie di Gioacchino Murat fece costruire quello che può essere considerato il primo stabilimento balneare italiano, naturalmente a proprio uso esclusivo.
La Prima Ferrovia d'Italia e la Zuppa Inglese
La Ferrovia Napoli Portici, il primo tratto di strada ferrata in Italia, venne inaugurata il 3 ottobre del 1839. In questa data risulta nascere anche il dolce tipico locale: la Zuppa Inglese.
La locomotiva era stata realizzata dall'ingegnere Armand Bayard de la Vingtrie nei cantieri di Newcastle. Il giorno dell'inaugurazione venne data una grande festa alla reggia di Portici, e l'ospite d'onore della serata era proprio l'ambasciatore del regno d'Inghilterra, Lord Robert Cornelis Napier. Il succulento dolce che era stato preparato dal cuoco per il banchetto era quello preferito dal sovrano dell'epoca Ferdinando II: un pan di Spagna ricoperto di naspro. Il manicaretto però, sarebbe stato fatto rovinosamente cadere dal cameriere di turno al momento di portarlo a tavola. Per tale motivo il cuoco dovette ricomporlo in tutta fretta all'ultimo momento, usando molta fantasia, della crema pasticciera e un po' di liquore di Alchermes. Quando re Ferdinando assaggiò l'insolito dolce e chiese notizie di quello strano dolce mai visto, il cuoco imbarazzato, con un colpo di genio rispose che era la zuppa inglese, creata appositamente in omaggio degli ospiti della serata.
10 cose imperdibili da fare qui
- La Reggia di Portici visita gratuita
- Il Galoppatoio Reale visita gratuita
- Il Museo MUSA
- Il Bosco Superiore, con il giardino botanico e il piccolo castello, visita gratuita.
- Il Bosco Inferiore, con la prateria, le peschiere e la villa comunale, visita gratuita.
- Il Museo delle Carrozze di Pietrarsa e la prima stazione ferroviaria d'Italia
- Il Porto del Granatello con i ristoranti di pesce e i locali della movida notturna
- Il Parco a Mare: un percorso pedonale di un paio di chilometri, dal Porto a Pietrarsa.
- Il centro storico, con le stradine del Mercato e le vie dello shopping.
- Gli scavi archeologici di Ercolano e il Museo del M.A.V. sono a piedi in pochi minuti.
10 posti da mangiare o bere
A Portici vi sono oltre cinquanta ristoranti tra cui scegliere: specializzati in piatti tipici campani, oppure solo di pesce (al porto). Non mancano i fast food, pizzerie ad ogni angolo, alcuni rinomati locali di sushi e alri cibi giapponesi, un locale per gli amanti dei gatti (non nel menù!), alcuni all'interno di ville antiche sul mare e a bordo piscina, nel museo delle ferrovie, e poi diecine di bar pub con ogni tipo di birre e cocktail... Il tutto a portata di pochi passi.
Dove alloggiare
Consigliabili gli ottimi alberghi prospicenti il Parco a Mare, con vista sul Golfo e parcheggi securizzati, ma anche i molti B&B in tutto il comune, con sistemazioni e prezzi per tutti i gusti.
Da sapere prima di partire
Portici è a cinque chilometri a sud di Napoli, raggiungibile con l'autostrada - uscita Bellavista - oppure con il trenino locale Circumvesuviana - fermata Bellavista o Via Libertà. La metropolitana ferma alle bellissime stazioni sul mare di Portici o Pietrarsa, vi sono autobus che partono dalla Stazione di napoli (ma sulle strade urbane c'è molto traffico)... A quel punto si può raggiungere da Napoli anche a piedi.
